giovedì 2 marzo 2017

Alohomora

In cui mi sento superiore.
E mi ammazzo dalle risate.
:)



Riporto testualmente, perché pubblicare gli stamp delle conversazioni private mi pare una mancanza di rispetto imperdonabile anche in questa situazione.

"Giovedì mattina?"

"Va bene :)"

:)

Dato il comportamento incazzoso e scostante del mio ex delle ultime settimane, la faccina sorridente alla fine della conversazione l'avevo trovata abbastanza creepy. L'ha detto pure mamma. Per andare a prendere gli ultimi scatoloni - libri, cd, lo stereo!, maglioni, uno specchio, una lampada, i fumetti di Zerocalcare - ho chiesto a Giulia di accompagnarmi.

"Sai, non è che sia tanta roba... però c'è questo fatto della faccina che... non so... mi inquieta"
"Lo capisco, dato il personaggio"

Sinceramente: mi aspettavo una cattiveria, ma una cattiveria efficace. Una di quelle robe atte a significare non ho bisogno di te/non ti ho mai amata/ti ho già dimenticata/vaffanculostronza. Roba tipo residui di una festa parecchio  alcolica, biancheria intima femminile sconosciuta, confezioni di preservativi aperte e lanciate in giro come coriandoli.
Sopravvalutare il nemico è quasi peggio di sottovalutarlo.
Saliamo in macchina, percorriamo strade familiari, parcheggiamo dove ho parcheggiato tutti i giorni negli ultimi due anni.
Salutiamo il portiere, saliamo le scale.

Avevo pensato a questo momento, prima della faccina. Avevo pensato al gatto. Avevo paura di come mi sarei sentita a entrare in quella casa sapendo che sarebbe stata l'ultima volta. Avevo pensato a quando, dopo essere andati a vivere insieme, andavo a pranzo dai miei e vedevo la mia vecchia camera e sapevo che quella non era più casa mia: era strano. E avevo pensato automaticamente a casa di mia nonna, a come anche dopo cinque anni che è morta saprei ripercorrerne esattamente le stanze, collocarne ogni mobile, soprammobile, centrino al posto giusto.
Una casa è una casa è una casa è una casa è una casa.
Una casa è tutto.

Arriviamo alla porta, il gatto miagola e graffia lo stipite dall'interno. Pesco le chiavi dalla borsa afferrandole dal portachiavi a forma di tucano, infilo la chiave nella toppa.
Non gira.
Riprovo.
Non gira, non c'è gioco, s'incastra, si muove lasca nella serratura, non è la sua maledettissima chiave, non è la sua maledettissima serratura. L'hai cambiata.
Mi hai detto di venire a prendermi la mia roba dopo avermi detto che altrimenti l'avresti buttata in strada e hai cambiato la serratura. Imbecille.

Ho guardato Giulia negli occhi. Mi guardava con la bocca socchiusa dalla sorpresa e un'espressione indescrivibile: un misto di delusione, sconcerto e timore che scoppiassi in lacrime perché ferita, per il nervoso. Ho girato la chiave e ho riprovato a inserirla nella serratura un paio di volte, poi mi mi sono girata verso Giulia e ho detto:
"Alohomora"
ALOHOMORA.
Siamo rimaste qualche minuto sul pianerottolo a ridere e poi abbiamo preso le scale urlando incantesimi a cazzo di Harry Potter.
Vivere insieme a persone piccine e insignificanti ti insegna a fare ironia sulle azioni piccine e insignificanti.

Siamo andate a mangiare cinese e a studiare nuove strategie: ti faccio la scenata su quanto siano insulsi questi mezzucci passivo-aggressivi? Ricambio con la stessa moneta e, con tono pacato sereno serafico, ti informo che i pochi dubbi che avevo sul lasciarti me li ha fatti passare rivelandoti in tutta la tua idiozia? Oppure la tre (che è la mia preferita perché voglio proprio vedere come reagisci): non darti soddisfazione alcuna, mostrarti l'inutilità della tua patetica trovata.
La tre.
Apro Whatsapp e scrivo "Scusa, stamattina non mi partiva la macchina e non sono riuscita a passare. Fammi sapere."



Chissà quando riuscirò a riprendermi la mia cazzo di roba. 
E come.


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